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25 Aprile 1945. Una data che è parte essenziale della nostra storia

Venerdì 22 aprile 2016 presso la sede del Centro Studi Futura di Avellino, i volontari del Servizio Civile Nazionale hanno tenuto un pubblico convegno in occasione del 71° anniversario della Festa della Liberazione che si celebrerà il prossimo 25 aprile.

 Il convegno è stato articolato nel seguente modo:

• ore 10.30 accoglienza da parte dei volontari del Servizio civile;        • ore11.00 inizio della discussione, moderata dal responsabile dell’ufficio stampa del progetto SANTA MARIA FRANCESCA;             • ore 12.00 proiezione del documentario “I diari del 25 aprile- La storia siamo noi” a cura di Rai Storia;                                                                       • ore 12.30 riflessioni collettive e finali sui temi trattati, con l’intervento delle cariche politiche e religiose presenti in sala e le testimonianze di cittadini che hanno vissuto in prima persona la Resistenza.

Il 25 aprile è la data scelta per ricordare la fine dell’occupazione tedesca in Italia, del regime fascista e della Seconda guerra mondiale. La Liberazione mette fine a venti anni di dittatura fascista ed a cinque anni di guerra; simbolicamente rappresenta l’inizio di un percorso storico che porterà al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica, quindi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.

Il dibattito si è, poi, sviluppato intorno al ruolo svolto dalle DONNE nei giorni della Resistenza.

Le donne occuparono un ruolo molto importante durante la seconda guerra mondiale. Prima solo gli uomini ricoprivano cariche politiche o ruoli di primo piano nella società civile ed economica; alle elezioni partecipavano e potevano essere eletti solamente gli uomini e il Parlamento, prima della II guerra mondiale era composto solo da uomini. Con la firma dell’Armistizio (trattato in base al quale le forze italiane smettevano di combattere gli alleati), avvenuta in data 8 settembre 1943, iniziò la guerra civile in Italia che terminò solamente il 25 aprile 1945. Da quella data, le donne assunsero un ruolo sempre più significativo nella Resistenza e nella società a dispetto dei più scettici. Sono numerose le testimonianze di  mogli, madri e sorelle rimaste a casa mentre i mariti, i fratelli e i figli spesso si trovavano a combattere tra le fila partigiane, o erano costretti a nascondersi, offrendo segretamente aiuto a chi sfuggiva all’esercito nazifascista. Sono le “donne della Resistenza”, che hanno lottato contro il nazifascismo fianco a fianco con i partigiani. E che sono ricordate come le fautrici della battaglia civile, “importante quanto quella militare per la vittoria del conflitto bellico”. Le donne svolsero quindi un ruolo fondamentale durante la seconda guerra mondiale. La guerra è stata vinta anche da loro. Eroine rimaste anonime che si sono sacrificate per la patria e per le generazioni future.  “Ai partigiani e ai combattenti sono state date delle medaglie, alle donne della Resistenza poco o nulla. E’ per questo che non bisogna mai dimenticarle, e che in occasione dell’ anniversario della Liberazione si deve parlare di loro” ricorda Pacchioni.

Sportello INFO – CONSUMATORI UTENTI

sportello avellinoA paritre dal 3 novembre 2015 nell’ambito del progetto “Santa Maria Francesca” del Servizio Civile presso la sede del CENTRO STUDI FUTURA di Avellino , sita in via S. Pescatori, 123/A, è attivo lo SPORTELLO DEL CITTADINO “INFO-POINT CONSUMATORI FUTURA” che ha come finalità quella di informare e sostenere i cittadini in veste di consumatori-utenti nella difesa contro le truffe e nella tutela dei loro diritti,  mediante l’accoglienza e l’assistenza gratuita presso la sede del Progetto. Lo Sportello ha un ufficio gestito dal Responsabile del Progetto e dai Volontari. Oltre allSPORTELLO FISICO è attivo lo SPORTELLO VIRTUALE, grazie alla creazione della PAGINA FACEBOOK “AVELLINO CENTRO STUDI FUTURA”, il SITO WEB www.centrostudifutura.org e la POSTA ELETTRONICAconsumatori.avellino@centrostudifutura.org

L’ UFFICIO rimane aperto dal LUNEDì al VENERDì, rispettando i seguenti orari:

tutti i giorni al mattino dalle 9,00 alle 12,00 ;  
tutti i pomeriggi (escluso i giorni di mercoledì e venerdì) dalle 15,00 alle 18,00.

Lo SPORTELLO DEL CONSUMATORE offre, inoltre, un servizio di ASSISTENZA TELEFONICA, al numero 0825/679654, per rispondere alle chiamate dei consumatori.

Le ATTIVITA’ svolte dallo Sportello sono:

ACCOGLIENZA TELEFONICA => l’utente potrà contattare il numero 0825/679654. Dopo aver fornito i propri dati personali, il consumatore potrà chiedere informazioni telefoniche ai volontari.

ACCOGLIENZA DI PERSONA => l’utente potrà contattare lo Sportello di persona, nei giorni e negli orari predisposti  per l’apertura al pubblico. A tal riguardo, per informare l’utenza, è affisso volantino presso la sede del Centro Studi Futura dove è attivo lo Sportello.

ACCOGLIENZA ON LINE (POSTA ELETTRONICA) => l’utente può contattare lo Sportello per posta elettronica e verrà ricontattato tramite e-mail dai volontari.

INFORMAZIONE TRAMITE SITO INTERNET => l’utente può consultare il sito internet www.centrostudifutura.org e mantenersi, così, aggiornato sulle attività svolte nella sede interessata. 

INFORMAZIONE TRAMITE PROFILO FACEBOOK => l’utente può consultare la pagina facebook dello Sportello “AVELLINO CENTRO STUDI FUTURA”  e, con un semplice “like”, potrà scegliere di aggiornarsi circa le opportunità presenti nel territorio per quanto riguarda l’attività lavorativa, sociale, culturale e di difesa dei propri diritti.

Le ATTIVITA’  svolte dallo  SPORTELLO DEL CITTADINO “INFO-POINT CONSUMATORI FUTURA”, comprendono tutte quelle iniziative dirette alla tutela dei diritti e dei problemi affrontati dai consumatori quotidianamente. Nello specifico, lo Sportello raccoglie segnalazioni e proteste da parte degli utenti sui diritti violati, sui disservizi da parte dei fornitori di beni e servizi. 

I problemi più frequenti che lo Sportello ha dovuto affrontare fino ad oggi hanno riguardato soprattutto il campo della Previdenza Sociale, dell’Energia, dei Servizi pubblici locali, della Telefonia, dei Trasporti. Le attività svolte dallo Sportello comprendono anche un programma di INIZIATIVE CULTURALI (seminari, convegni, cineforum) A TEMA, per sensibilizzare i giovani e i meno giovani su vari aspetti della vita sociale e culturale che investono il territorio locale e nazionale. Ad ogni iniziativa prendono parte il Responsabile del progetto, i Volontari, le cariche istituzionali e le cariche ecclesiastiche e tutta la cittadinanza interessataLe iniziative saranno precedute da attività di promozione e volantinaggio che vengono svolte nei giorni precedenti l’evento. La documentazione circa le iniziative svolte potrà essere consultata anche sul sito web e sulla pagina facebook.  Tutti gli eventi si concludono con un comunicato stampa.  Lo sportello prevede la costituzione di una BANCA DATI UTENTI e di una BANCA DATI ENTI ED ORGANIZZAZIONI, attraverso la compilazione di questionari agli utenti che si presentano in ufficio ed agli utenti che contatteranno l’ufficio in via telematica.

Seminario di approfondimento su Santa Maria Francesca

I volontari del Servizio Civile del progetto “Santa Maria Francesca”, in occasione del  TERZO CENTENARIO DELLA NASCITA DI  S. MARIA FRANCESCADELLE CINQUE PIAGHE e DEL DECIMO ANNO DELLA SUA ELEVAZIONE A SANTA, hanno iniziato, il giorno 21 marzo 2016, presso la sede del “Centro Studi Futura” di Avellino, un programma che vede lo svolgimento di iniziative rivolte alla memoria di questa figura notevole. La prima iniziativa prevede lo studio e l’approfondimento da parte dei volontari  e dei loro responsabili della vita e delle opere della Santa, che verranno esplicitate ed analizzate collettivamente martedì 22 marzo, giorno in cui è previsto il seminario dedicato alla donna. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Seminario 16 Marzo 2016

Mercoledì 16 marzo 2016 presso la sede del Patronato Labor si è svolto il seminario sui disturbi alimentari.  Il seminario si è articolato cosi:

 • ore 10.30 accoglienza da parte dei volontari del servizio civile;       • ore11.00 inizio seminario con il responsabile dell’ufficio stampa del progetto        SANTA MARIA FRANCESCA;                                                 • ore 12.00 intervento delle cariche politiche e religiose presenti in sala;                                                                                                                                             • ore 12.30 riflessioni collettive e finali sui temi trattati.

 I disturbi dell’alimentazione sono al giorno d’oggi molto frequenti. Le stime spesso si riferiscono a disturbi più riconoscibili, ma accanto a questi sono numerose le persone, in maggioranza le donne, che hanno con il cibo un rapporto estremamente conflittuale. Ultimamente si stanno osservando questi disturbi anche nella popolazione maschile, ma il fenomeno è ancora oscuro e se ne parla poco. I disturbi dell’alimentazione si manifestano sotto forma di modificazioni del peso, che può essere eccessivo (obesità), eccessivamente ridotto (anoressia) o fluttuante, e sotto forma di preoccupazioni eccessive rispetto al peso e alla forma del corpo che possono portare ad assumere comportamenti alimentari disordinati e pericolosi per la salute. Questi disturbi sono un sintomo di un malessere sociale a livello dell’identità e delle relazioni. Per questo è importante conoscerli e cercare di affrontarli tempestivamente.

I disturbi più comuni

È possibile operare una distinzione tra i vari tipi di disturbi dell’alimentazione: l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati. C’è poi l’obesità, un fenomeno che negli ultimi anni sta diventando un’emergenza sanitaria nei paesi occidentali: un problema che la maggior parte delle volte non ha origine nell’adolescenza o nell’età adulta, ma nell’infanzia, spesso nel primo anno di vita.


Trattamenti
Le raccomandazioni dell’OMS e del Ministero della Salute fanno un chiaro riferimento alla prevenzione, ad una corretta nutrizione, al ruolo della famiglia e all’attività fisica. Ma qual è l’obiettivo di una terapia contro l’obesità? Molti studi ci dicono che mirare al sintomo e quindi alla riduzione del peso può non essere sufficiente e anzi portare la persona obesa a sperimentare stati altalenanti e pericolosi di fluttuazione del peso corporeo. L’intervento deve innanzi tutto essere mirato a raggiungere la consapevolezza del proprio corpo, delle sensazioni che da questo provengono, della capacità di discriminarle. Senza il raggiungimento di questo obiettivo primario, probabilmente ogni dimagrimento faticosamente raggiunto con diete ed esercizio fisico sarà destinato a fallire. È necessario un intervento che coinvolga vari specialisti. È importante, quindi, unire ad un lavoro psicologico la professionalità del medico curante e del dietista. Talvolta sarà necessaria una vera e propria educazione alimentare, per le persone interessate e per i familiari.

Seminario 8 Marzo 2016

avellino 8 marzoMartedì 8 marzo 2016 presso la sede del Patronato Labor si è svolto il seminario sui diritti fondamentali di una donna.

Il seminario si è articolato cosi:

 

• ore 10.30 accoglienza da parte dei volontari del servizio civile;
• ore11.00 inizio seminario con il responsabile dell’ufficio stampa del progetto SANTA MARIA FRANCESCA;
• ore 12.00 intervento delle cariche politiche e religiose presenti in sala;
• ore 12.30 riflessioni collettive e finali sui temi trattati.

Le origini della festa dell’8 Marzo risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l’8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all’interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia. Questo triste accadimento, ha dato il via negli anni immediatamente successivi ad una serie di celebrazioni che i primi tempi erano circoscritte agli Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo della orribile fine fatta dalle operaie morte nel rogo della fabbrica. Successivamente, con il diffondersi e il moltiplicarsi delle iniziative, che vedevano come protagoniste le rivendicazioni femminili in merito al lavoro e alla condizione sociale, la data dell’8 marzo assunse un’importanza mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche il punto di partenza per il proprio riscatto. Ai giorni nostri la festa della donna è molto attesa , le associazioni di donne organizzano manifestazioni e convegni sull’argomento, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi che pesano ancora oggi sulla condizione della donna, ma è attesa anche dai fiorai che in quel giorno vendono una grande quantità di mazzettini di mimose, divenute il simbolo di questa giornata, a prezzi esorbitanti, e dai ristoratori che vedranno i loro locali affollati, magari non sanno cosa è accaduto l’8 marzo del 1908, ma sanno benissimo che il loro volume di affari trarrà innegabile non si manchi di festeggiare queste data, è andato in massima parte perduto il vero significato della festa della donna, perché la grande maggioranza delle donne approfitta di questa giornata per uscire da sola con le amiche per concedersi una serata diversa, magari all’insegna della “trasgressione”, che può assumere la forma di uno spettacolo di spogliarello maschile, come possiamo leggere sui giornali, che danno grande rilevanza alla cosa, riproponendo per una volta i ruoli invertiti.

Quaranta anni di silenzio
Mentre l’affermazione del diritti all’eguaglianza e il divieto di discriminazione sono parte integrante del sistema dei diritti umani sin dagli inizi, il tema della violenza contro le donne entra nel dibattito internazionale su questi temi solo molto tardi – sostanzialmente negli ultimi dieci anni – e ancora oggi incontra resistenze e conflittualità. La Convenzione CEDAW, che è il principale trattato internazionale in materia di diritti umani delle donne, non contiene norme esplicite sul dovere degli stati di combattere la violenza contro le donne. Nel 1979, in realtà, tale termine non compare neanche nel testo della Convenzione.
Nei 10 anni che seguono, i movimenti delle donne, di cui la convenzione CEDAW è certamente figlia, dedicano sempre più attenzione al tema della violenza contro le donne. In Italia, ricordiamo il lungo percorso dalle manifestazioni notturne seguite allo “stupro del Circeo”, e caratterizzate dallo slogan suggestivo “riprendiamoci la notte”, alla presenza nelle aule di tribunale dove le donne vittime di violenza si trovano di fatto trattate come imputate, alla legge di iniziativa popolare divenuta legge solo venti anni dopo, alla creazione di centri anti-violenza in cui potessero trovare rifugio anche le donne vittime di violenza domestica. Fenomeni analoghi crescono in tutto il mondo, e chiedono parola e visibilità anche sulla scena internazionale. Come sempre, le prime a rispondere sono le donne stesse: quel Comitato CEDAW, che oltre ad avere il compito di vigilare sull’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, è anche l’unico dei “comitati di controllo” dell’ONU ad essere interamente composto da donne, e quasi tutte attive nella società civile e nei movimenti. Esattamente dieci anni dopo l’adozione della convenzione, nel 1989, il Comitato CEDAW stila la Raccomandazione Generale n.12, nella quale si invitano gli stati, nei loro rapporti periodici, a fornire informazioni sulle leggi e le iniziative a livello nazionale per tutelare le donne da ogni forma di violenza nella vita quotidiana — compresa la violenza sessuale, la violenza domestica, le molestie, ecc. — e per fornire loro assistenza e servizi. Ci vollero ancora altri due anni perché il Consiglio Economico e Sociale dell’ONU desse l’incarico al Comitato stesso di contribuire a stilare uno “strumento internazionale” sulla violenza contro le donne, e altri due anni di negoziato sul testo da adottare, modellato in buona parte sui contenuti di una seconda Raccomandazione del CEDAW (Raccomandazione generale n.19, 1992). La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne
Nella Conferenza di Vienna sui diritti umani del 1993, le associazioni delle donne, insieme alle donne dei governi e delle organizzazioni internazionali, riescono finalmente ad ottenere due risultati importanti: l’impegno a varare la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, poi adottata dall’Assemblea generale il 20 dicembre 1993, e l’istituzione di una Relatrice speciale sulla violenza contro le donne, che sarà poi scelta nella persona di Radika Coomaraswamy. La Dichiarazione fornisce per la prima volta una definizione ampia della violenza contro le donne, definita come “qualunque atto di violenza sessista che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata.” La Dichiarazione afferma che la violenza contro le donne comprende, ma non è limitata a, la violenza fisica, psicologica e sessuale che avviene in famiglia e nella comunità in generale, incluse le percosse, l’abuso sessuale sulle bambine, la violenza per questioni di dote, lo stupro coniugale, le mutilazioni genitali femminili e le altre pratiche tradizionali che arrecano danno alle donne; la violenza legata allo sfruttamento, alle molestie ed alle intimidazioni sul lavoro, nelle istituzioni scolastiche ed altrove; la tratta di donne; la prostituzione forzata; e la violenza perpetrata o tollerata dallo Stato. Sulle voci da aggiungere o meno alla lista, il dibattito internazionale continua, ed è tuttora acceso. Negli anni seguenti, il tema della violenza contro le donne ritorna centrale nella Conferenza di Pechino, e poi nel dibattito della Commissione donne dell’ONU, della Commissione diritti umani, dell’Assemblea generale, fino alla stessa Assemblea del Millennio, che nella sua Dichiarazione finale pone la lotta alla violenza delle donne come uno degli obiettivi centrali delle Nazioni Unite del 2000.
E’ un dibattito che non resta nel chiuso del Palazzo di Vetro a New York. I testi adottati, i Rapporti e le numerosissime iniziative della relatrice speciale, le campagne e i progetti finanziati dall’UNIFEM e da altre agenzie ONU, stimolano la revisione legislativa e la modifica degli atteggiamenti di molti governi ed istituzioni regionali; nel 1997 lancia una forte iniziativa contro la violenza il Parlamento europeo, e ad essa segue il finanziamento di numerosi progetti europei su questi temi.

La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani: o no?
Nonostante tutto ciò, nessuno degli strumenti internazionali adottati, nè le risoluzioni, nè i rapporti della relatrice speciale, e nemmeno la Dichiarazione contro la violenza e la Piattaforma di Pechino, ha valore giuridicamente vincolante.
Certamente, il divieto di ogni atto di violenza è implicito in tutti i trattati internazionali sui diritti umani: basti pensare al diritto alla libertà e sicurezza della persona sancito dal Patto sui diritti civili e politici, al divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti, a tutta l’impostazione della Convenzione CEDAW.
Tuttavia, come si è detto, nè la CEDAW nè nessun altro di questi testi citra esplicitamente la violenza contro le donne: al contrario, l’appartenenza di questo tema alla sfera dei diritti umani è ancora contestata da molti. Il nodo è un nodo generale e di fondo, che riguarda tutto il dibattito sui diritti umani: quello della responsabilità degli stati rispetto alle violazioni compiute da soggetti privati, non statali. Per molto tempo, infatti, si è ritenuto che l’universalità dei diritti umani fosse un principio generale, ideale, ma che la sua realizzazione pratica, nel diritto internazionale, riguardasse solo l’azione diretta degli stati in quanto tali.
Gli stati che ratificano una convenzione internazionale sui diritti umani, insomma, assumerebbero con quell’atto solo la responsabilità di non commettere direttamente violazioni dei diritti in esso sanciti, e di promuoverne il rispetto; ma quanto alle violazioni, verrebbero considerate violazioni dei diritti umani solo quelle compiute direttamente dallo stato o dai suoi rappresentanti e agenti. In altre parole, la tortura o lo stupro di una detenuta da parte dei suoi carcerieri sarebbe sì una violazione dei diritti umani; ma non lo sarebbero gli stessi atti compiuti da un marito nei confronti della moglie, di un padre sulla figlia, di uno sconosciuto su una passante in strada — nemmeno se tali atti vengono compiuti in condizioni di segregazione identiche a quelle del carcere.
E’ la concezione più tradionale, e antica, dei diritti umani: quella ad esempio che considera prioritari, e direttamente rivendicabili di fronte ad un tribunale, solo i diritti politici e civili, mentre i diritti economici, sociali e culturali avrebbero un valore più che altro esortativo, ma non di giustiziabilità diretta. Come ricorda Savitri Goonesekere, nel saggio Il rispetto dei diritti come strumento fondamentale per realizzare l’eguaglianza fra i sessi, “I diritti civili e politici sono definiti “diritti forti”, che si possono far valere direttamente in tribunale, e che impongono agli Stati doveri negativi di riconoscimento, tutela e non interferenza. Per contro, i diritti economici e sociali sono considerati “diritti deboli”, diritti che impongono agli Stati doveri positivi che possono essere meglio realizzati agendo gradualmente, tramite lo stanziamento di risorse e la pianificazione di interventi amministrativi, più che tramite le sentenze dei tribunali”. In questo approccio, la violenza compiuta dai privati, pur essendo certamente più attinente ai diritti civili che a quelli economici, viene considerata anch’essa materia non appartenente ai diritti umani, in quanto non compiuta dallo stato. Certo essa non viene affatto condonata: viene considerata grave, esecrabile, illegale, ma solo nell’ambito del diritto nazionale, e non del diritto internazionale sui diritti umani. Ogni stato, dunque, avrebbe sovranità indiscutibile su quali azioni definire reato e quali no, e come punire tali reati; la comunità internazionale, nonostante tutte le sue dichiarazioni universali, non avrebbe titolo di intervenire su tali scelte sovrane, neanche laddove esse comportano (come nel caso, ad esempio, della inesistenza del reato di stupro coniugale o di violenza domestica, o delle attenuanti per delitto d’onore) la sostanziale impunità degli aggressori, e dunque l’impossibilità della persona colpita di esercitare il proprio diritto alla libertà e alla sicurezza della persona, o lo stesso diritto alla vita.
Responsabilità dei privati/responsabilità degli stati
Nella critica a questa visione tradizionalista dei diritti umani, la questione della violenza contro le donne, per sua natura storicamente esercitata soprattutto nella sfera privata, diviene così, chiaramente, la più centrale, la più simbolica, e insieme la più concreta. Nell’evoluzione più moderna del diritto internazionale dei diritti umani, infatti, i doveri che assumono su di sè gli stati con l’adesione ad un trattato internazionale sui diritti umani sonoi definiti in senso sempre più ampio, nelle tre categorie di:
• Rispettare, dunque non violare direttamente i diritti umani
• Tutelare, dunque impedire che essi vengano violati
• Realizzare, dunque operare attivamente perchè l’esercizio dei diritti umani divenga realtà. Da questo punto di vista, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne è forse il testo più esplicito e più avanzato, in quanto afferma esplicitamente che gli stati si impegnano a “prendere ogni misura adeguata per eliminare la discriminazione contro le donne da parte di qualsivoglia persona, organizzazione o impresa”. Questa espressione viene ricordata sia dalla Raccomandazione n.19 del Comitato CEDAW, per spiegare che rientrano nell’ambito della Convenzione anche atti non direttamente compiuti dagli stati, e che gli stati devono esercitare una “debita diligenza” nel prevenirli e punirli, che dalla Dichiarazione del 1993, che affermache gli stati dovranno: “esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare e punire, ai sensi della legislazione nazionale, gli atti di violenza contro le donne, siano essi compiuti dallo Stato o da soggetti privati.” Il problema naturalmente, sta in quel riferimento “ai sensi della legislazione nazionale”, pur seguito da un invito agli stati stessi a “introdurre nella legislazione nazionale sanzioni penali, civili, amministrative e relative al diritto del lavoro, per punire e porre rimedio ai torti fatti alle donne che hanno subito violenza”.
Insomma, su questi temi, lo scontro è rimasto acceso per molti anni, e non si è ancora concluso.

Da Pechino a “Pechino+5”
Nella Piattaforma di Pechino (par.112) il legame fra violenza contro le donne e diritti umani è stato ulteriormente ribadito, affermando che “la violenza contro le donne costituisce una violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle donne e pregiudica o annulla il loro godimento di tali diritti e libertà”. Un concetto poi ripreso anche nel Documento finale di “Pechino+5” (par.13), che inoltre, nel valutare lo stato di applicazione della Piattaforma di Pechino, afferma:
“E’ ampiamente accettato che la violenza contro le donne, che si verifichi nella vita pubblica o in quella privata, è una questione che attiene ai diritti umani. E’ accettato che la violenza contro le donne, laddove perpetrata o condonata dallo stato o dai suoi agenti, costituisce una violazione dei diritti umani. E’ inoltre accettato che gli stati hanno l’obbligo di esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare e punire gli atti di violenza, siano essi perpetrati dallo stato o da soggetti privati, e di fornire protezione alle vittime”
Insomma, un linguaggio che ancora porta l’eco delle controversie, e della riluttanza della comunità internazionale a porre sullo stesso piano tutti gli abusi, da chiunque commessi. E’ contemporaneamente, un dibattito non solo virtuale, ma che incide sulla possibilità delle donne di tanti paesi di avere forza e argomenti in più per cambiare le proprie leggi nazionali, per incidere sugli orientamenti dell’opinione pubblica e sul senso comune.
Nello stesso documento finale di Pechino+5 le donne hanno “portato a casa” l’impegno dei governi a “trattare tutte le forme di violenza contro le donne e le bambine come reati penali punibili dalla legge, compresa la violenza fondata su qualsivoglia forma di discriminazione”; e il riconoscimento, per la prima volta in un documento internazionale, dei “delitti commessi in nome dell’onore”, dei “delitti commessi in nome della passione” e degli “attacchi con l’acido” come alcune delle forme che prende la violenza contro le donne, e che dunque vanno puniti. Solo pochi mesi dopo, nell’Assemblea generale dell’autunno, una risoluzione sui delitti d’onore promossa dai Paesi Bassi non riusciva ad ottenere l’unanimità, e veniva adottata solo a maggioranza; mentre Algeria, Egitto e Pakistan promuovevano una risoluzione sulla violenza contro le donne che implicitamente rimetteva in discussione l’impegno degli stati a considerarla e punirla come reato. Dopo lunghi negoziati, la risoluzione è stata modificata, e l’impegno è ancora lì, come una sfida da realizzare. Difficile, non scontata, concreta solo se praticata nella realtà e attraverso il conflitto: ma, come tutto ciò che riguarda il sistema dei diritti umani, è una sfida che ha un senso, nel mondo della globalizzazione e dei poteri transnazionali. Perché, come ricorda la Prof.ssa Goonesekere, “I diritti umani sono fonte di diritto. A differenza di altre rivendicazioni o aspirazioni sociali, i diritti umani hanno validità giuridica, oltre ad avere forza morale”. Vale la pena di far valere anche questa forza, nel villaggio globale.

Il ruolo della donna nella società moderna
Di questi tempi, per via di alcuni fatti di cronaca, si torna molto spesso a parlare del ruolo della donna nella società moderna. E se ne discute sotto un duplice profilo: il ruolo della donna in quanto tale, in famiglia, nel lavoro e in una società. Siccome del primo tipo ne parlano già in tanti, è bene dire qualcosa anche del secondo aspetto, che molto probabilmente è anche quello più importante. Perché una società in cui non funziona il rapporto con la donna è una società che ha perso il rapporto con la realtà. E una società che ha perso il rapporto con la realtà e di conseguenza anche con un progetto di futuro, ha un problema ben più serio di quello economico.
I recenti (troppi) episodi di cronaca nera in cui sono state fatte vittime donne sono una spia, un segnale d’allarme. E non possono certamente lasciare indifferenti, nonostante gli uxoricidi ci siano sempre stati e, purtroppo, sempre ci saranno. Com’è possibile – ci si chiede in questi casi – che un’esperienza straordinaria come quella amorosa, promessa di comunione e di salvezza, si traduca in un’occasione di male e di così cieca violenza? Perché l’amore che non si affievolisce nel distacco, anzi si dovrebbe rafforzare, si tramuta nell’atteggiamento inverso e cioè quello istintuale del possesso?
Nessuno, nel corso di tutta la storia, ha affrontato il tema amoroso e nobilitato il ruolo della donna più di Dante Alighieri. Il sommo poeta che insieme ai grandi poeti del circolo stilnovistico ha descritto la “donna angelo”, colei che è venuta “da cielo in terra a miracol mostrare”. Già Jacopone da Todi aveva capito che l’amore era la legge che governava l’universo quando scrisse che “amore, amore omne cosa conclama”. E Dante lo ribadisce in maniera divina: “l’Amor che move il sole e le altre stelle”. Nel mondo cortese la donna è appunto il segno supremo della legge su cui si regge l’intero universo e costituisce il ponte, che attraverso la relazione amorosa, collega l’uomo all’infinito, al suo destino ultimo. Questa è la funzione che Dante attribuisce alla donna e che descriverà perfettamente nella Commedia. Tant’è che sarà la Madonna ad accorgersi della “selva oscura” in cui è disperso Dante e a far sì che si metta in moto la sua amata Beatrice per farlo tornare a “riveder le stelle”. Fa venire la pelle d’oca il modo in cui Dante ha descritto il suo sentimento nei confronti di Beatrice (e quando scrive queste righe ne “La vita Nova” lei è già morta!): “Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infine a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire della cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omne saecula benedictus”. E Dante poi riuscirà benissimo in questa impresa nella Divina Commedia in cui renderà la sua amata immortale. Con la morte di Beatrice, Dante capisce che bisogna amare l’altro per il suo eterno destino, perché l’altro è segno del tuo e del suo destino, e non per le proprie istintività. Sarà un’ideale romantico dell’amore, certamente cristiano, ma non fuori dalla realtà. La società moderna, invece di tanti bei discorsi, dovrebbe tornare a leggere Dante per capire cos’è la donna e tornare finalmente a contatto con il reale.

RICORRENZA DELLA FESTA DELLA DONNA

In occasione della festa della donna, che cade l’8 Marzo, le volontarie del Servizio Civile della sede di Avellino, partecipanti al progetto “Santa Maria Francesca”, hanno organizzato, seguite dai propri responsabili di progetto, un seminario incentrato sulla
#figura femminile e sulla sua evoluzione nel tempo. Il diba%to verterà in particolar modo sui diritti fondamentali delle donne e sull’importanza di quest’ultime nella società moderna.
Per prepararsi al dibattito, le volontarie si sono documentate sulla ricorrenza dell’8 Marzo, scrivendo una relazione, che verrà esposta l’indomani ai partecipanti del seminario, in cui vengono citati altri episodi storici riferiti alla figura della donna. Il seminario si terrà il giorno Martedì 8 Marzo, presso la sede del patronato Labor in
via Pescatori n 123/A di Avellino. Sono invitati a partecipare tutti i cittadini e coloro i quali siano interessati all’argomento.

4 NOVEMBRE: I GIOVANI E LA STORIA

Il 4 Novembre 2015, in occasione della Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, i volontari del Servizio Civile delle province di Salerno e Avellino, partecipanti al progetto “Santa Maria Francesca”, si sono riuniti per partecipare alla cerimonia commemorativa tenutasi nel paese di San Marzano sul Sarno, in provincia di Salerno. Durante la giornata, prima della cerimonia, i volontari si sono riuniti in ufficio per documentarsi sulle radici storiche della ricorrenza, al fine di elaborare una relazione che avesse come oggetto non solo informazione storico-politiche, ma anche tradizioni legate alle manifestazioni organizzate per l’evento, nonché pensieri personali che i ragazzi hanno sviluppato collettivamente in seguito ad un dibattito sull’argomento. A fine giornata, i volontari, accompagnati dai propri responsabili di progetto, si sono diretti nella piazza di San Marzano sul Sarno, per assistere alla cerimonia, avvenuta al cospetto del monumento dedicato ai caduti, che ha motivato è commosso i ragazzi, desiderosi di partecipare prossimamente ad altre manifestazioni.